Cos’è il metodo ECEL?

Il workshop esperienziale che vi proponiamo sarà incentrato sul metodo ECEL di accompagnamento della sofferenza, del fine vita e del lutto. Ma, com’è nato questo metodo?

Daniela Muggia ha messo a punto nel 2004 il metodo ECEL®, Empathic Care of the End of Life (Accompagnamento Empatico della Fine della Vita), che da allora diffonde in tutto il mondo.
Il termine “empatico” sta ad indicare che in questo tipo di accompagnamento si sviluppa nell’accompagnatore, con l’aiuto delle metodologie contemplative tibetane, uno stato di grande empatia eticamente orientata (cfr. studi molto recenti di Tania Singer). Questo approccio non ha nessuna appartenenza religiosa ma rispetta appieno quella del morente: tiene conto infatti della sua dimensione spirituale, presente anche nei laici sotto forma di una serie di valori assoluti positivi (per es., un’assoluta bontà, un’assoluta giustizia ecc.), e soprattutto della maggiore empaticità che insorge con l’avvicinarsi della morte, come spiegato dagli studi tanatologici tibetani.

Premio Terzani 2008 per l’umanizzazione della medicina e allieva diretta di Sogyal Rinpoche e Cesare Boni, Daniela Muggia è tanatologa, docente nel Master di II livello dell’Università Roma 3 in Accompagnamento empatico del morente. Pedagogia e Tanatologia (Anno Accademico 2012-13) e nei corsi di Educazione Medica Continua, membro e tutor dell’équipe di accompagnamento di Tonglen di cui è presidente, Educatrice Senior nei corsi di Accompagnamento Spirituale dell’Associazione Rigpa e autrice, insieme alla psichiatra Emilia Costa, di Giù le mani da Pierino: accompagnamento empatico dei bambini affetti da ADHD (Sindrome da iperattivtà e deficit di attenzione), Edizioni Amrita. E’ anche autrice, insieme al veterinario Stefano Cattinelli del libro Tenersi per zampa fino alla fine. Accompagnamento empatico e cure palliative per gli animali alla fine della vita, Edizioni Amrita 2014.

«Il phowa essenziale non è esclusivamente destinato ai morenti e lo si può usare anche per la purificazione e la guarigione. È importante per i vivi e anche per i malati. Se una persona ha la possibilità di ristabilirsi, questa pratica l’aiuterà a guarire; se sta morendo, la sosterrà nella guarigione spirituale durante la morte; e se è già morta, continuerà a purificarla. Quando non sapete per certo se una persona gravemente malata si ristabilirà o morirà, praticate per lei il phowa ogni volta che andate a trovarla. Poi, tornati a casa, praticatelo di nuovo. Più lo praticherete, più l’amico in fin di vita sarà purificato. Non potete sapere se lo rivedrete ancora o se sarete presenti al momento della sua morte, perciò, come preparazione, suggellate ogni vostra visita con questa pratica e continuate a farla in tutti i momenti liberi».
Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire.
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